domenica 20 settembre 2015

La bella attrice Luisa Ferida e suo marito Osvaldo Valenti fatti fucilare da Sandro Pertini nel 1945

Luisa Ferida: storia di una donna incinta condannata innocente alla fucilazione insieme al marito !

La bella attrice Luisa Ferida e suo marito,
l'attore Osvaldo Valenti
C'è da dire che Sandro Pertini, peraltro ritenuto un utile idiota da molti suoi stretti "compagni" e collaboratori ideologici e politici, fu una persona crudele, falsa ed ipocrita, ma il regime rothschildiano, imposto militarmente in Italia dagli "alleati" di Rothschild fin dal 1943 ai nostri giorni, se ne è sempre servito spregiudicatamente per i suoi loschi e criminali intrighi contro il popolo italiano, usando a suo favore il proprio monopolio mediatico sulla stampa e sulla televisione in Italia per dipingerlo come un "bravuomo", al fine di mostrare al pubblico un suo preteso lato umano positivo che egli, in realtà, non aveva affatto. Ha saputo sfruttare però l'immenso potere mediatico della televisione. Ogni volta che s'accorgeva della presenza delle telecamere recitava la parte dell'uomo che sta dalla parte del Popolo. Il suo ipocrita comportamento sta venendo alla luce e solo ora il Popolo italiano si sta accorgendo delle manovre di facciata. Basta ricordare il comportamento di Pertini durante l'incidente di Vermicino accaduto al povero Alfredino Rampi, che cadde in un pozzo e che vi morì nell'aprile del 1981. Basta ricordare il suo comportamento durante la finale di coppa del mondo di calcio l'11 luglio del 1982. Tutto il suo comportamento (ipocrita) davanti alle telecamere per ingannare gli italiani.

La bella attrice Luisa Ferida condannata alla
fucilazione su ordine del partigiano Sandro Pertini 
Luisa Ferida, nome d'arte di Luigia Manfrini Farné (Castel San Pietro Terme, 18 marzo 1914 – Milano, 30 aprile 1945), è stata un'attrice italiana. Fu una delle più note e capaci attrici del cinema italiano nel decennio 1935-1945. Aderente al fascismo e alla Repubblica Sociale Italiana, venne fucilata dai partigiani, assieme al marito, l'attore Osvaldo Valenti, perché accusata di collaborazionismo con i nazisti, principalmente per la partecipazione ai crimini di guerra e alle torture della cosiddetta "banda Koch", accusa della quale era in realtà probabilmente innocente, come fu riconosciuto nel dopoguerra.

Luisa è bella da morire e ha già addosso quel broncio che porterà con sé nella sua breve vita. Gli occhi sono pungenti da zingara, gli zigomi alti, i capelli color carbone, il corpo splendido, il portamento altero. In lei c'è qualcosa di erotico, di torbido e di felino, una sensualità, una rotonda carnalità da bellezza popolana, così amata dagli italiani di allora.

"Era l’estate del ’39 quando la bella Luisa conobbe Osvaldo Valenti, altro divo del cinema dell’epoca. I due furono colpiti dal dardo di Cupido, che li portò a vivere un’intensa storia d’amore. Condivisero gioie e dolori, piaceri e rinunce, ma vissero sempre insieme, sempre uniti. Insieme ed uniti affrontarono anche le sorti dell’Italia a seguito del tradimento dell’8 settembre.
Valenti, che fino ad allora non aveva mai avuto incarichi nella compagine fascista, si arruola volontariamente nella Repubblica Sociale Italiana. Nel ’44 è tenente della Xa Flottiglia MAS. Nel frattempo, pare che la coppia frequenti Villa Triste a Milano, sede della famigerata Banda Koch. Dico “pare” perché non sono stati mai accertati legami tra quest’ultima e la coppia Valenti-Ferida. Nulla di certo, nulla di dimostrato; solo congetture e trame vigliacche, sufficienti per condannarli a morte. Difatti, il 10 aprile ’45 Valenti, forse per aver salva la vita e,soprattutto, quella di Luisa che aspettava un bambino, (la coppia aveva già concepito un figlio, morto purtroppo poco dopo la nascita), decise di consegnarsi spontaneamente ai partigiani. Si rifugiò in casa di Nino Pulejo, appartenente alle Brigate Matteotti, il quale però lo scaricò, affidando le due celebrità al comandante Marozin della Divisione Pasubio, che non era certo uno stinco di santo, dato che era stato trasferito a Milano dal Veneto per sfuggire ad una condanna a morte del CLN, (pensate!), per furti, abusi e altri crimini.
Il 21 aprile Marozin incontra Sandro Pertini il quale chiede di Valenti; avuta la notizia della sua prigionia, il “grande presidente” ordina lapidario: “fucilali (quindi anche la Ferida, incinta! Ndr); e non perdere tempo. Questo è un ordine tassativo del CLN. Vedi di ricordartene!”. «Ordine tassativo del CLN: chi lo avrà dato e quando? Di quell' ordine, che sarebbe stato determinato dall' accusa ai due d' avere partecipato alle torture della banda Koch e di avere collaborato con i tedeschi ,(ripeto: circostanza mai dimostrata! Ndr), dovrebbe esserci stato un documento scritto. Nessuno lo ha veduto. Di scritto c' è soltanto un foglio in data 25 aprile dove si legge che ‘...il CLN su proposta dei socialisti vota all' unanimità il deferimento al tribunale militare di Valenti Osvaldo e Ferida Luisa per essere giudicati per direttissima quali criminali di guerra per avere inflitto torture e sevizie a detenuti politici’. Dunque, un deferimento, non una sentenza. Ma in quel mese di aprile, e peggio nei successivi, c' era la fucilazione facile e bastò l' intervento di Pertini a decidere la sorte dei due attori. Marozin voleva scambiarli con cinque dei suoi presi prigionieri dai tedeschi. Fallito il tentativo, non ebbe scrupoli a liberarsi dei due ingombranti personaggi e ad eseguire l' ordine.»
Così, il Valenti e la Ferida furono condotti in una cascina, ove vissero i loro ultimi giorni. L’attore subì un processo sommario, al termine del quale fu confermata la condanna a morte. Condanna che non fu mai comunicata al diretto interessato e che riguardava anche la compagna. Ignari della loro fine, i due innamorati furono caricati su un camion tra gente rastrellata. Giunti in via Poliziano, furono fatti scendere e messi faccia al muro. La donna stringeva in mano una scarpina azzurra di lana, destinata a scaldare i piedi innocenti di quel bambino che non vedrà mai la luce. Partì la raffica di mitra. I due caddero al suolo, stretti tanto nella vita quanto nella morte. Su di loro furono adagiati due cartelloni. Due scritte rosse dicevano: «I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Osvaldo Valenti»; «I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Luisa Ferida». Tre vite spezzate in colpo solo. Due vite probabilmente incolpevoli riguardo le accuse di collaborazionismo nazi-fascista e di aver compiuto ogni genere di atrocità a Villa Triste; una semplicemente candida.
Come se ciò non bastasse, Marozin e i suo compagni depredarono anche gli averi della coppia defunta, finiti poi chissà dove.
Negli anni successivi, la madre della Ferida domandò una pensione di guerra, dato che traeva le sue sostanze dai proventi della figlia. La domanda rese doverosi degli accertamenti sulla vicenda. Le indagini dei Carabinieri portarono alla conclusione che “la Manfrini, (vero nome della Ferida, ndr), dopo l'8 settembre 1943 si è mantenuta estranea alle vicende politiche dell'epoca e non si è macchiata di atti di terrorismo e di violenza in danno della popolazione italiana e del movimento partigiano”. Conclusione ribadita dallo stesso Marozin, il quale disse: “La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti”. Nemmeno Valenti aveva probabilmente fatto niente, come fu poi confermato dalla Corte d’Appello di Milano, la quale ebbe a dire che la Ferida e Valenti non furono giustiziati, bensì assassinati. Su questa posizione anche Romano Bracalini, biografo di Valenti, che dice: "La frettolosa condanna del CLN obbediva sostanzialmente alla regola umana e crudele che alla spettacolarità del simbolo che egli aveva rappresentato corrispondesse subito e senza ambagi una punizione altrettanto spettacolare. In altre parole egli doveva morire non già per quello che aveva fatto, quesito secondario, ma per l'esempio che aveva costituito".

Questo è ciò dice la storia, ciò che è realmente accaduto in quei giorni maledetti, che qualcuno si ostina ancora a chiamare “giornate radiose”. A voi ogni commento sull’accaduto. In cuor mio spero solo che prenda avvio un processo di seria revisione storico-politica riguardo la persona di Sandro Pertini, indegnamente spacciato per un eroe del nostro tempo, per un uomo degno di stima e ammirazione. I fatti dicono il contrario: fu un inetto e, per giunta, con le mani sporche di sangue. Direi che è giunta l’ora di smettere di scrivere l’agiografia di questo personaggio, di questo falso mito e di iniziare a dire la verità, cominciando ad insegnarla sin dalle scuole. Perché, a mio avviso,non c’è peggior delinquente di un cattivo che gioca a fare il buono.
Roberto Marzola". 

Sandro Pertini non fu mai processato per i
suoi crimini, come tutti i partigiani
Hanno ucciso centinaia di migliaia di uomini, di donne, gente che si e' sacrificata per noi, per il popolo italiano, per la democrazia e la pace. Ovviamente queste cose non le insegnano a scuola. Il potere rothschildiano in Italia fa parlare, da sempre, giornali e TV delle verità mistificate per lavarci il cervello. Ancora oggi, dopo più di 75 anni dalla fine della guerra mondiale, accusano il fascismo di tutti i mali storici d'Italia e del mondo, dimenticando che il fascismo durò solo 20 anni e che solo in questo periodo l'Italia ebbe il suo unico e vero statista.





4 commenti:

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  3. Salve, su questo Galant'uomo ho anch'io una storia da raccontare. Sono stato stato molto colpito da un racconto che mi fece anni fa un reduce della guerra di Russia e che in seguito aderì alla Repubblica di Salò. Fu arruolato nella Divisione Monterosa, e lui aveva il grado di sottotenente. Si chiamava Ernesto Longhi.

    Per farvi capire la caratura di questa splendida persona che oggi non ce più vi dico solo che fu liberato dal campo di concentramento americano di Coltano in Toscana perchè si venne a sapere che salvò la vita ad un partigiano facendolo fuggire dalle cucine risparmiandogli la fucilazione. Questo partigiano in seguitò raccontò l'accaduto ad un prete che in seguito a guerra finita si adoperò per cercarlo e andò a raccontare la storia al comando americano che decisero di graziarlo.

    Un giorno mi raccontò come finì la sua guerra. Mi disse che era già iniziato il mese di Maggio del 45 e erano arroccati in una zona montana del piemonte. Erano circondati dalla brigata comandata da Pertini, che aveva l'obbiettivo di farli prigionieri. Il capitano della compagnia alpina sapeva che era questione di tempo ma che sarebbero arrivati gli americani a cui si sarebbe arreso consegnando le armi soltanto a loro.

    Il sig.r Longhi mi spiegò che in quei giorni fecero prigionieri due partigiani che si trovavano nei pressi del loro accampamento. Dopo la cattura il Capitano aveva avuto l'ordine di fucilarli. Rifiutò di eseguire quell'ordine e si fece promettere dai due che non avrebbero tentato di fuggire fino all'arrivo degli alleati e che a quel punto sarebbero stati liberati. Il suo fu un gesto di buon senso e di umana carità, riteneva che a quel punto non serviva più uccidersi tra italiani.

    Qualche giorno dopo un messaggero inviato da Pertini propose al comandante della compagnia di arrendersi per lasciare libera la montagna, in cambio sarebbero stati lasciati liberi di tornare a casa fornendo loro un lascia passare. Tutti gli ufficiali erano contrari ad accettare di consegnare le armi ai partigiani perché non si fidavano. Il capitano però non volle sentire ragioni, era certo che comandante della Brigata Garibaldi Sandro Pertini avrebbe onorato la sua parola.

    In realtà le cose andarono diversamente. Quando l'ultimo soldato depose la propria arma Pertini ordino la cattura e l'immediata fucilazione sul posto. Il primo ad essere passato per le armi fu proprio il capitano che si fidò della proposta di resa. Il secondo ad essere fucilato fu uno dei due partigiani che tentò di opporsi a questa vigliaccata, ironia della sorte, salvato dal suo nemico e giustiziato dal suo comandante. Ecco chi era il presidente degli italiani. Un criminale.

    Tempo dopo raccontai questa storia ad un amico. Lui rimase un pò perplesso e mi spiegò che sapeva qualcosa di questa storia ma non più di tanto perché suo padre in quel periodo era proprio nella brigata di Pertini. Pochi giorni dopo andai a trovarlo e conobbi suo padre, il sig.r Salomoni. Gli chiesi di quei fatti. Da parte sua ci fu solo silenzio e dopo qualche istante la sua risposta fu in dialetto varesotto: "Pertini l'era un bastard", Comprensibile quel suo Pertini era un bastardo. Ma per molti rimane un eroe.

    Ulmini Antonio Massimo

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